Dov’è finito il diritto internazionale? Il discorso di Donald Trump a Davos

Il discorso di Trump a Davos, in occasione del Word Economic Forum in Svizzera, era previsto per giorno 21 gennaio alle 14.30. Il presidente aveva organizzato un arrivo scenografico. Lo show doveva cominciare subito, sin dal suo arrivo. Ma a causa di un guasto imprevisto sull’Air Force One, il Tycoon è arrivato in Svizzera con tre ore di ritardo.
La gente era in fila già dalle 12:00. Neanche ai tempi dei mitici concerti dei Pink Floyd o dei Rolling Stones, l’attesa era così carica di elettricità.
Il discorso di Trump doveva durare 45 minuti. Ma lui, malgrado il ritardo, se ne prenderà 75, facendo slittare tutta la scaletta della giornata (senza alcun rispetto per tutti quelli che dovevano parlare dopo di lui).
Trump è il presidente di una delle nazioni più potenti del mondo ed è riuscito, durante il suo primo mandato presidenziale e ancor più durante questo primo anno del secondo mandato, a costruire intorno a sé un’incredibile aura di consenso, di cui l’incontro in Svizzera è solo uno degli esempi più lampanti.
Solo qualche settimana fa in un’intervista al New York Times, spiegando il suo intervento in Venezuela, portato avanti aggirando il parere del Congresso, il Tycoon aveva affermato senza ironia né esitazione: “L’unico limite al mio potere è la mia moralità”.
Non la Costituzione. Non il Congresso. Non i trattati internazionali. Solo lui e la sua “moralità”. Non è una provocazione. Non è una gaffe. È una dottrina. Una visione del mondo che vede il potere non come mandato del popolo, ma come proprietà personale, della quale chi la detiene deve rispondere solo a sé stesso.
In Svizzera Trump comincia il suo monologo annunciando che gli Stati Uniti sono il motore economico del mondo: “quando l’America prospera, il mondo intero prospera”.
Poi, come tutti si aspettavano, parla dei dazi. Afferma di aver ridotto il deficit commerciale americano del 77 per cento e di aver fatto aumentare le esportazioni di 150 miliardi di dollari.
Peccato che i dati ufficiali lo smentiscano: secondo il Bureau of Economic Analysis (Bea) del dipartimento del Commercio, proprio a causa dei dazi, la spesa delle famiglie americane è aumentata di circa 1600 dollari all’anno (quindi sulle spalle delle famiglie si può calcolare un incremento medio mensile che varia da 133 a 316 dollari). Non si tratta proprio di noccioline. Per questo Nabil Ahmed, di Oxfam America, commenterà che Trump ha portato a Davos “l’economia del mangino brioches”, ignorando “la miseria materiale che tanti americani stanno vivendo” e rafforzando “una delle economie più diseguali degli ultimi tempi”.
Quando parla dell’Europa non lo fa certo in termini elogiativi! “Amici che tornano da posti diversi, e non voglio insultare nessuno, dicono: Non lo riconosco più”. L’Europa non conta niente senza l’appoggio degli USA.
Se la prende con la politica green, definita “la nuova truffa verde” (sappiamo che Donald Trump ha appena ritirato gli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, tra cui la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici).
Poi è passato a parlare del Venezuela. “Era un grande paese”, ha detto, poi è andato male con le sue politiche. “Ma li stiamo aiutando”.
Si mette in competizione con la Cina (forse l’unico paese che teme davvero) sul campo dell’IA e delle pale eoliche (che a suo dire portano i paesi alla rovina) e parla delle politiche energetiche “distruggi nazioni”.
Infine passa a trattare dell’argomento più caldo, quello che tutti aspettavano. Parla della Groenlandia (che nel discorso confonde più volte con l’Islanda). Ne parla come se fosse un paese a rischio, e indica sé stesso e gli Stati Uniti come gli unici in grado di difenderla (da chi esattamente, non è chiaro). Parla di un mirabolante intervento statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui gli americani avrebbero perso vite umane per salvare la Danimarca e restituirle la Groenlandia (peccato che le fonti storiche lo smentiscano. Nel 1916 gli USA riconobbero la sovranità danese sulla Groenlandia e durante la Seconda Guerra Mondiale ebbero solo alcune basi militari sulla terra dei ghiacci). Se la prende a questo punto con la NATO, che si rifiuta di concedergli pacificamente questo “pezzo di ghiaccio” che nessuno vuole.
Poi aggiunge “non userò la forza, non ne ho bisogno” (frase che ahimè rassicura ben poco e ricorda quella pronunciata più volte da altri dittatori negli anni ‘20 e ’30 del Novecento, dittatori che poi quella forza l’hanno usata eccome); però minaccia: “potete dire di sì e vi saremo grati. Oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo”. Nel parlare della sicurezza del mondo definisce sé stesso “papà” (anche questo riporta alla memoria pensieri poco graditi. Stalin in URSS, quando ancora esisteva, amava farsi chiamare “piccolo padre”, cercando di dare di sé un’immagine bonaria).
A proposito del Minnesota, dove solo qualche giorno fa una donna è stata barbaramente trucidata dall’ICE e da poco è stato arrestato addirittura un bambino di cinque anni, Trump ha affermato di voler trasformare “un posto fino ad oggi pericoloso” in un luogo in cui, grazie a lui, “puoi portare tua moglie a passeggiare”.
Sull’immigrazione afferma sicuro che non si possono importare persone da paesi che non sono riusciti a costruire da soli una “società di successo”. “La Somalia è fallita” aggiunge, giusto per citare uno di questi paesi.
Conclude parlando di una sorta di alleanza occidentale. “L’esplosione di prosperità, inclusione e progresso che ha costruito l’Occidente non è venuta dai nostri tagli alle tasse, è venuta in definitiva dalla nostra cultura molto speciale. Questa è la preziosa eredità che l’America e l’Europa hanno in comune…dobbiamo riscoprire lo spirito che ha sollevato l’Occidente dalle profondità del Medioevo fino all’apice del successo umano”.
Per questo rilancia, in merito alla riorganizzazione della Striscia di Gaza, il “Board of Peace”, un nuovo organismo internazionale che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali e che, almeno nella prima fase, sarà guidato dallo stesso Trump.
Sembra insomma di risentire la voce sopita di Rudyard Kipling quando, nel 1899, parlava del “The white man’s burden”.
Il discorso di Davon può sembrare in superfice il delirio di un uomo avanti con gli anni. Ma ad un’analisi più attenta si evince che, se di follia si tratta, è una follia molto lucida.
L’America di Trump mostra i muscoli e afferma di non tenere più in considerazione l’Europa.
A tirare le fila di quanto detto è stato con chiarezza disarmante il ministro del Canada Mark Carney, allo stesso Word Economic Forum.
Carney ha parlato senza mezzi termini di una fase completamente nuova, quella della fine del diritto internazionale basato sulle regole e dell’inizio di un’era brutale per le piccole e medie potenze (come la Groenlandia ad esempio) che se non vogliono essere schiacciate e continuare a vivere, dovranno trovare il modo per unirsi e resistere.
“Perché se non sei al tavolo, allora sei nel menù!”

