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Diario di un deportato

A Giarre nelle scuole è stata ricordata la figura di Antonino Garufi, un carabiniere che nel 1944 in Friuli venne deportato in Germania perchè non aderì alla Repubblica Sociale di Salò mentre si uni alla Brigata partigiana Osoppo. Nella Giornata della Memoria in due istituti scolastici il “R. Guttuso” e l’“Enrico Fermi”, che hanno dato spazio ad un’iniziativa organizzata in collaborazione con la Fidapa sezione Giarre- Riposto, “Il dovere del ricordo”. Nel corso della manifestazione è stato presentato il libro “Diario di un deportato” scritto proprio da Antonino Garufi un siciliano coraggioso antifascista e che in questa opera scritta di suo pugno esprime con fierezza alti valori civili e morali che sono stati espressi in tutta la sua vita. Nel libro viene riporta tata fedelmente la sua vita nei campi di stermino e l’orrore dei lager e rappresentano un monito eterno per la lotta contro ogni offesa all’umanità e alla libertà dell’uomo. Dopo il saluto del dirigente scolastico Gaetano Ginardi, è intervenuta, nella sala della biblioteca intitolata a “Giuseppe Sapienza” di fronte a tanti studenti della scuola media, la professoressa Maria Pia Russo, presidente della sezione Fidapa Giarre-Riposto, che ha manifestato il valore dei ricordo e della memoria anche con la testimonianza umana contro ogni oppressione e violazione della dignità dell’uomo.
Un pericolo quello del totalitarismo da non sottovalutare neanche nella nostra epoca e che non è scomparso dal mondo odierno anzi si ripropone in forme più raffinate e altrettanto pericolose, come evidenziato dalla professoressa Anna Castiglione, che ha invitato gli studenti ad essere sempre coscienti e attenti ai valori della libertà e della democrazia e a combattere contro ogni rigurgito di simili fenomeni. A seguire è intervenuta con parole toccanti e emozionanti la professoressa Antonietta Rita Garufi, figlia di Antonino Garufi. E’ stato una memoria che ha ripercorso la vita del padre , non solo per il diario che racconta la terribile esperienza del lager, le violenze subite senza spirito di vendetta, come nel caso del bimbo che una guardia nazista aveva invitato a percuotere proprio lui. Garufi, originario dell’area giarrese, da giovane si arruolò nei carabinieri. Partigiano nella Carnia e nel Friuli orientale e nord orientale nella Brigata Osoppo.
Fu imprigionato dai nazifascisti a Faedis, durante la controffensiva tedesca che alla fine di settembre e all’inizio de novembre del 1944 portò alla fine delle “Zone libere”. Fu deportato, prime nel famigerato lager di Dachau, poi, a Buchenwald.
Nel complesso, un ricordo vivo, non solo che viene fuori dalle parole del libro, ma a tutto tondo, nelle parole degli intervenuti, anche nell’ aula magna dell’ “Enrico Fermi”, fra cui tanti studenti. Un’iniziativa, quindi, che ha riscosso consensi e grande partecipazione, grazie anche all’animazione e al coordinamento delle professoresse Marzia Andronico, Milena Camardi e Giusy Torrisi e il video del prof. Massimo Corsaro. Garufi venne arrestato e deportato in vari campi di concentramento vivendo come i tanti “salvati” l’umiliazione, il dramma e il trauma della permanenza in luoghi di coercizione, di schiavitù e di morte.
Nino Garufi proveniva da una famiglia umile e di formazione socialista ed ebbe la fortuna per quell’epoca di arruolarsi nei carabinieri, ma si trovo in Friuli dopo l’8 settembre e come tanti fu chiamato a scegliere tra gli occupanti tedeschi e le pattuglie partigiane.
Dopo la liberazione degli alleati e il ritorno a casa ha avuto la forza, la volontà e l’intelligenza di scrivere tutto quel che aveva visto e patito in ogni momento della sua permanenza in quei luoghi descrivendo quel che visse con la semplicità, la spontaneità e la crudezza di un’esperienza che naturalmente lascia ferite fisiche e interiori indelebili.
Garufi ha scritto a penna con grafia minuta su fogli le sue memorie di recluso e questo libro, che prese il titolo di “Diario di un deportato: da Dachau a Buchenwald comando Ohrdruf”, venne pubblicato nel 1990 e curato da due docenti universitari che hanno sostanzialmente rispettato fedelmente il manoscritto del Garufi.
Una pubblicazione di grande valore e pregio per l’originalità dello stile e di toccante emozione per il contenuto espresso. Si apriva uno squarcio di verità in queste letture di settanta cartelle da cui venne ricavato un dattiloscritto che fu pubblicato soltanto grazie all’opera meritoria di una casa editrice, la Gelkar, ormai disciolta.
Oggi, a distanza di tanti anni, quest’opera andrebbe ristampata, non essendoci più copie disponibili, poiché è uno straordinario documento utile a non disperdere e dissolvere una memoria preziosa sulla terribile e mostruosa vita nei lager. Infatti è un diario della vita giornaliera che non è permeato da retorica ed è semplicemente veritiero e oggettivo della condizione di degrado umano in cui erano tenuti i prigionieri e di cui, con una dose di naturale fierezza e dignità, l’ex partigiano rievoca in tutti i suoi aspetti la durezza della dolorosa esperienza.
L’ex deportato tornato a casa lavorò infatti nel campo dell’edilizia per finire poi come bigliettaio nei servizi di linea locale anche se tentò di rientrare nei carabinieri ma la scelta della Resistenza, oltre ai danni subiti a una gamba, gli impediranno di riprendere servizio nell’Arma.
Comincia così un altro calvario di amarezze per Nino Garufi che rivive continuamente l’esperienza patita e il dolore subito. Questa vibrante rievocazione nel libro è fatta con estremo rigore e immensa modestia in cui vengono descritti tutti i momenti e i dettagli dell’ universo del lager e in cui appare evidente che il compito dei carnefici era quello di annientare la personalità dei prigionieri e poi di eliminarli fisicamente.
Garufi ha descritto tutto quel che accadeva intorno a lui nella realtà “dei sommersi”, dove nonostante le privazioni e la degradazione umana riesce a farcela e a sopravvivere. Un testo da leggere, di grande valore etico e morale, che bisogna diffondere nelle scuole e tra le giovani generazioni per debellare la cultura dell’odio e per sconfiggere la violenza fisica e verbale. E perché la memoria va difesa e diffusa proprio come una ricchezza che ci aiuta a vivere.

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