Colpo di scena al Teatro Massimo Bellini. Cambio di programma per il concerto sinfonico orchestrale che ha visto protagonisti la pianista georgiana Elisso Bolkvadze — pleonastico sottolinearne la bravura nel fraseggio, l’agilità e la delicatezza di tocco, tanto che Zubin Mehta l’ha definita una pianista «con un controllo totale sullo strumento» — e il direttore d’orchestra Marcus Bosch, tedesco ma ormai di casa a Catania, molto apprezzato dai professori dell’orchestra.
Il programma di sala, anziché proporre — come annunciato — la Sinfonia n. 4 di Ludwig van Beethoven, ha consentito l’ascolto dell’Andante spianato e Grande Polonaise op. 22 di Frédéric Chopin — una delle pagine pianistiche più ispirate del compositore polacco — e del Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra di Sergei Prokofiev. Nella seconda parte, invece, è rimasta la Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 “Pastorale” dello stesso Beethoven.
Applausi e richiesta di bis hanno acclamato la pianista Elisso Bolkvadze, i cui tacchi a spillo sottilissimi e la figura minuta erano quasi metafora della sua esecuzione elegante e filigranata, espressa soprattutto nel lungo brano iniziale chopiniano.
Ciò che ha colpito di più è stato però Prokofiev. L’inizio del Concerto n. 1 sorprende: una scrittura ciclica, ripetitiva, quasi ostinata, che all’ascolto contemporaneo può richiamare certe atmosfere minimaliste o persino pagine di Ludovico Einaudi (non arricciate il naso: so che è anacronistico scriverlo). Ma qui la ripetizione non è contemplativa: è nervosa, dinamica, e si trasforma rapidamente in slancio teatrale, talvolta cupo.
Ecco il Prokofiev che conosciamo: accanto alla brillantezza emergono aspetti più angosciosi, quasi lugubri, con una sensazione di inquietudine che attraversa la partitura. Poi improvvisamente la tromba introduce colori che evocano orizzonti lontani, suggestioni orientali, cavalcate nella steppa, atmosfere caucasiche.
La melodia riparte e ritorna il disegno ciclico, che proprio nella sua ripetizione dà una sorta di certezza, come il ritorno delle stagioni. Non è forse casuale che il concerto sia caduto nei giorni dell’equinozio: una musica che richiama l’alternanza delle stagioni e l’arrivo della primavera, suggerendo un’intenzione narrativa di luce, natura e rinascita.
Ed eccoci alla “Pastorale”, tante volte ascoltata. Questa volta illustrata visivamente con i disegni di Letizia Algeri proiettati sullo sfondo. Dapprincipio — voglio essere sincera — ho trovato l’idea infelice. Ci hanno insegnato che la musica deve essere ascoltata in libertà, senza agganci al reale o alla biografia del compositore. In realtà le cose non stanno esattamente così.
Nel 1808, anno della composizione della “Pastorale”, Beethoven viveva un periodo intenso e difficile, ma anche estremamente produttivo. Questo clima sembra emergere anche dai disegni di Letizia Algeri, che mostrano un percorso emotivo dell’uomo Beethoven: dapprima cupo, poi progressivamente più luminoso, quasi a descrivere il suo carattere inquieto e la sua ricerca di luminosa affermazione professionale.
I disegni di Letizia Algeri sono essenziali, quasi primari, e dialogano direttamente con la musica: i timpani evocano il temporale, i legni il canto degli uccelli, gli archi il fluire del ruscello. In perfetta sincronia, le immagini accompagnano i colori orchestrali, rendendo visiva la dimensione descrittiva della “Pastorale”.
Applaudita l’orchestra del Teatro Massimo Bellini, guidata con chiarezza e solidità da Marcus Bosch.
Il concerto ha registrato il sold out: un grande cartello al botteghino avvertiva della vendita completa per i concerti del 20 e 21 marzo.
