È già trascorso un mese dall’inizio del nuovo anno e il Meic Catania non ha tardato a riempire l’agenda di buoni propositi e progetti futuri scaldando i muscoli alla palestra del sapere e dimostrando ad Oscar Wilde che “i propositi”non “sono semplicemente assegni che gli uomini emettono su una banca dove non hanno conto corrente.”
In tempi incerti come i nostri essere zelanti promotori di cultura aiuta a lasciare aperta la porta dell’avvenire,che si può solo accogliere e non pianificare, e ad aprirla al futuro dando un senso alle cose tramite la conoscenza.
Quella del Meic è una missione animata da tanta buona volontà e da tanto entusiasmo, che non adotta un metodo dottrinale, autoritario, teorico che piove dogmaticamente dall’alto come una fitta grandinata su un terreno incolto.
Gli incontri non sono a senso unico dal “maestro depositario” all’alunno “discepolo”che deve apprendere; in essi avviene una feconda e fruttuosa osmosi di competenze, esperienze e opinioni che ambisce, senza alcuna presunzione e pretesa, a delineare e promuovere il sapere facendo convergere tutte le forze e le risorse per il perseguimento di questo importante obiettivo.
Cuori che ardono, occhi spalancati e piedi in cammino che condividendo esistenze e percorsi si fanno ANNUNCIO e INVIATI.
Il presidente Filippo Uccellatore, allenatore attento della vulcanica squadra etnea, con il suo approccio tattico flessibile, aperto e innovativo, ha convocato il nuovo socio, dottore Giovanni Iozzia, pilastro del giornalismo catanese e uno dei pochi che può permettersi di dare del tu alla lingua italiana, per una relazione sul “Giornalismo tradizionale e quello dell’era digitale e della IA.”
I presenti sono stati beneficiari di una lectio magistralis appassionata e coinvolgente che ha generato un’arricchente dibattito e interessanti riflessioni sull’uso dellle parole che Alessandro Manzoni concepiva come strumenti precisi, capaci di produrre effetti differenti a seconda che vengano pronunciate o ascoltate, facendo emergere la distinzione tra l’intenzione e la percezione (“Le parole fanno un effetto in bocca e un altro negli orecchi”).
La parola è una realtà composta da un’alleanza di lettere che prese singolarmente sono minute e fragili ma unite acquisiscono uno spessore tale da divenire muri o finestre, in base al respiro che le anima pronunciandole e conferendo il peso specifico di una buona azione.
Viviamo in un’epoca nella quale si manca di rispetto alla parola e sovente se ne abusa rimanendo sepolti da una violenta valanga di parole vuote che fanno pur sempre eco.
Anche se oggi il racconto visivo ha raggiunto una notevole capacità di diffusione, con video che diventano virali in pochissimo tempo, la parola con la sua straordinaria capacità di narrazione non può svalutarsi perché non è in alcun modo sostituibile dall’immagine.
Sono le parole che permettono la più alta definizione di un avvenimento prendendo per mano la paura che è la premessa del coraggio e il dubbio che è la premessa del suo scioglimento.
Non a caso Jorge Luis Borges asseriva che “il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza.”
La parola è pertanto l’ossatura invisibile di qualunque contenuto giornalistico e quando è foriera di verità diviene un fascio di luce che attraversa i meccanismi decisionali e ne stira le pieghe evitando che nel buio i complotti possano diventare notizia.
Il giornalista è come “un calzolaio che realizza un paio di scarpe buone alla verità scalza che non sa fare un passo”( Erri De Luca), è un artigiano di umanità che comprende e valorizza la diversità e la ricchezza dell cultura umana, combattendo strenuamente gli stereotipi, i pregiudizi e tutte quelle scorciatoie mentali che creano marginalità, esclusione, semplificazioni, manipolazioni e sensazionalismi, perché è consapevole che la sua penna e la sua tastiera sono un potente strumento con cui generare oasi di libertà, di speranza e di responsabilità condivisa, scannerizzando dalla vita al cuore e non solo dal cartaceo al digitale.
I giornali sono da sempre considerati i cani da guardia della democrazia perché sono capaci di influenzare il dibattito pubblico in modo autorevole, garantendo e promuovendo la libertà di espressione di tutti.
L’attività giornalistica non si limita infatti alla mera trasmissione di informazioni, ma incide profondamente sulla formazione delle coscienze individuali e sull’orientamento dell’opinione pubblica, pertanto deve essere autenticamente responsabile e socialmente utile.
La ricerca costante della verità sostanziale dei fatti costituisce il primo e più rilevante dovere morale del giornalista, che la persegue con onestà intellettuale e indipendenza di giudizio; qualità indispensabili per sottrarsi alle lottizzazioni del potere e ad interessi personali e per assicurare un’informazione affidabile che consenta al lettore di formarsi un giudizio autonomo e un senso critico.
La confusione tra informazione e interpretazione mina la fiducia nei mezzi di comunicazione e compromette il ruolo democratico del giornalismo come strumento di controllo e trasparenza.
Per il giornalista la Terra Santa non è lo spazio geografico confinato in Oriente ma quello spazio di pochi metri quadrati in cui ogni essere umano vive la sua avventura quotidiana diventando protagonista della propria storia e non consentendo a nessuno di apporre una firma al suo posto e di calpestare la sua dignità e la sua personalità, come soggetto portatore di diritti, tra cui la reputazione, la privacy e l’onore.
Ne deriva la necessità di evitare forme di esposizione indebita, di linguaggio discriminatorio o di spettacolarizzazione del dolore, specialmente nei confronti delle persone più vulnerabili.
Il giornalismo di oggi deve recuperare la profondità, il discernimento, il senso di comunità e l’etica di quello di ieri, utilizzando la tecnologia per servire la verità, per ritrovare la strada, per scorgere il fuoco sotto la cenere e risvegliare le coscienze sopite, non per fare rumore mediatico.
Il crescente uso dell’IA sta sollevando copiosi interrogativi sul futuro del giornalista, perché si potrebbe trasformare in un semplice supervisore di contenuti automatizzati, con la tendenza a delegare il pensiero affidandolo a velocità algoritmiche che non conoscono la lentezza del viaggio e dell’esperienza umana che permette di comprendere il cambiamento con senso critico.
L’intelligenza artificiale offre opportunità significative di innovazione, efficienza e ampliamento dell’accesso all’informazione; ma allo stesso tempo ne mette in discussione alcuni presupposti fondamentali come l’affidabilità, l’indipendenza e la responsabilità editoriale.
L’IA deve essere per il giornalista solo uno strumento per velocizzare e migliorare prestazioni e non un sostituto, perché incapace di emozionare e di immedesimarsi dando respiro a sentimenti puri e nobili.
Di sicuro l’avvento dell’IA libererà gli esseri umani da ore di lavoro ponendo la sfida sociale di come impiegare questo nuovo tempo libero.
