Luglio 14, 2026 12:21

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Writer & Blogger

Con “Purificazione”, dallo Stabile di Catania una perla di drammaturgia contemporanea

La pièce magistralmente scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Pirrotta che rende in scena un personaggio-coro con dentro di sé mille voci, narra la vicenda, autentica, di Giovanni Barreca, muratore di Altavilla Milicia: convinto di esorcizzare la moglie e i figli, li torturò per giorni fino a ucciderli. Un uomo manipolato, emblema di tutte le insicurezze e le fragilità del vivere oggi, tra sette religiose, fedi politiche estreme e quei social in cui imperversano fanatismi straripanti, manipolazioni e mistificazioni. La rappresentazione fra tragedia greca e Cuntu, immersa nelle caravaggesche luci di Gaetano La Mela e nei salmodianti cori della colonna sonora

Un dito coraggiosamente puntato contro ogni forma di fede cieca, di quelle che conducono al fanatismo, terribile uragano pronto ad abbattersi su un mondo che sembra stia perdendo ogni riferimento.

Questo è Purificazione, pièce magistralmente scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Pirrotta e che, rappresentata nella Sala Futura dello Stabile di Catania, ha restituito al Teatro il suo ruolo primario, costringendo chi preferisce distogliere lo sguardo, a confrontarsi con la disturbante realtà degli ultimi anni, tra sette religiose e fedi politiche estreme. Tempi che sembrano riportarci a ciò che avvenne un secolo addietro in Europa e nel mondo e alle tragiche conseguenze di quelle vicende.

Gott mit uns, ovvero Dio è con noi era il motto nato al tempo delle Crociate e, nel corso dei secoli, risalito dalle lapidi dell’Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria dei Tedeschi in Gerusalemme fino alle le fibbie delle cinture dei soldati del Terzo Reich di Adolf Hitler, messia che avrebbe riscattato il destino della Germania.

Ecco un altro motivo per cui la Purificazione del titolo rimanda ai dogmi di ogni fede cieca e distruttiva come quella che, durante il nazismo, portò allo sterminio di milioni di ebrei.

Ma la storia narrata in questo dramma, è tratta da un fatto di cronaca di appena due anni fa, quando Giovanni Barreca, muratore di Altavilla Milicia, torturò per giorni fino a ucciderli la moglie e due suoi figli, con lo scopo di scacciare, dichiarò ai carabinieri, “il diavolo che si stava mangiando la mia famiglia”.  

Un uomo manipolato, dunque – dopo la strage sarebbe stato dichiarato incapace di intendere e di volere –, emblema di tutte le insicurezze e le fragilità del vivere oggi.

Per il personaggio di Giovanni, Vincenzo Pirrotta ha creato un’essenziale scenografia, ricca di simbolismi: i lavacri nella bacinella, le candele, i battesimi delle bambole neonate, le icone ricoperte da veli.

Un’altra immagine di “Purificazione”

Pirrotta è da solo sulle tavole del palcoscenico, immerso in suggestive luci e ombre di sapore caravaggesco create da quel maestro del lighting designer che è Gaetano La Mela.

Ed è proprio una barra di luce che s’innalza a rivelare il suo tormento: Purificami o Signore: i pioli di questa scala sono infiniti. Guardo verso l’alto e vedo solo buio.

Un’ansia infinita che gli proviene dal nemico: il demonio.

Sento un fiato miasmatico dietro di me, un latrato feroce, la bestia cerca di mordermi, ho ancora un residuo di forza che mi spinge a resistere.

Da quest’ansia nasce il contrasto con la moglie, Antonella: Diceva di essere Cristiana ma per lei esisteva solo il Dio del perdono e della misericordia.

Per Giovanni, invece, Dio era geloso e punitivo, come sostenuto dal Pastore Roberto, parrucchiere fondatore di una chiesa a Bari che diffondeva le sue prediche sui social, giustamente rappresentato come Eden dei fanatismi straripanti, delle manipolazioni e delle mistificazioni.

In scena Pirrotta-Giovanni dà voce a tutti. A cominciare dal Pastore che, al muratore andato a trovarlo, cita Ezechiele: Io, l’Eterno …spanderò su di te il mio furore. E – dopo averlo invitato a lasciargli un’offerta per la gloria di Dio – gli spiega che Il maligno è legato agli aspetti mondani come la musica, i libri, i rapporti sociali.  E che chi non è nostro fratello è nostro possibile nemico.

Combattere la Cultura, dunque, colpire il diverso e fidarsi solo degli altri fedeli. Per esempio, Massimo e Sabrina, seguaci palermitani di Pastore Roberto, che Giovanni definisce santi fratelli in Cristo, e sotto processo per aver contribuito all’uccisione, durante un delirante esorcismo, della moglie di Barreca e i loro figli Kevin, di sedici anni ed Emanuel di cinque. Controversa la figura della sorella maggiore, Miriam, all’epoca diciassettenne.

È qui che questo terribile dramma, rappresentato da un unico personaggio-coro che porta dentro di sé mille voci, raggiunge il suo culmine, si fa tragedia greca. Ma anche sicilianissimo Cuntu, grazie all’uso impeccabile del rèpitu longu, quel ripetere ossessivamente, tra mania e preghiera, fatti e formule da litania capaci di turbare profondamente lo spettatore.

Sono, dunque, i due fedeli palermitani a consigliare l’esorcismo.

Sabrina mi ha detto che dal telefonino mia figlia ascoltava le canzoni di Franco Battiato, intrise di Satana, che cerca di indebolire le famiglie.

E questo basta a far partire una sconvolgente tortura, protrattasi per giorni.

Ti esorcizzo, spirito immondo, signore delle tenebre, aggressore infernale.

Nella ricostruzione della pièce, che si rifà alla cronaca, Sabrina e Massimo, incitano Giovanni a colpire moglie e figli per scacciare dai loro corpi il demonio.

Allora ho cominciato a dare schiaffi a mia moglie e al bambino. E Satana, attraverso i loro corpi, urlava e piangeva. Ma io sono stato forte e ho continuato.

È bravissimo, Pirrotta, nel rappresentare quell’agghiacciante distacco dalla realtà del protagonista che, insieme all’impennarsi dell’orrore per i dettagli delle torture, fa crescere progressivamente l’angoscia nello spettatore. Non è certo una narrazione in stile true crime televisivo, però. È un dramma teatrale: vero, umanissimo. Straziante quanto i salmodianti cori dei brani che fanno da colonna sonora al racconto: dal recentissimo Divine Templar Chant del brasiliano Rick Oli, ai canti profondamente siciliani dei Fratelli Mancuso.

Concludendo, una perla di drammaturgia contemporanea nella Sala Futura, grazie a un Teatro Stabile di Catania che, dopo Esercizi di stile e R.U.R., si conferma capace di attirare il pubblico con spettacoli davvero coinvolgenti.

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