Cinzia Caminiti e l’impegno contro la mafia per la legalità

Cinzia Caminiti, cantante, attrice, ricercatrice, autrice di testi teatrali, regista, siciliana. Sin da giovanissima studiato canto e musica, sotto la guida del Maestro Franco Greco ed ha partecipato a importanti concorsi televisivi nazionali e internazionali, nonché all’incisione di alcuni dischi. Nel 1980 ha iniziato il suo percorso teatrale e nel 1986, con l’intento di promuovere e divulgare la cultura popolare siciliana, ha costituito l’Associazione Culturale Schizzid’Arte della quale, dal 1991, è Presidente e Direttore Artistico. Poliedrica la sua attività che la vede impegnata, con altre realtà teatrali e musicali, anche come animatore socioculturale ed esperta in materia etno-antropologica. Attualmente è impegnata in un progetto teatrale dedicato alle detenute del carcere di Piazza Lanza di Catania non tralasciando l’attivismo intrapreso in questi anni sul fronte dell’antimafia e della Legalità.
Come nasce lo spettacolo “Libere, donne contro la mafia”?
Nasce da un desiderio, un sogno giovanile. Ancora ragazza, giovane autrice teatrale alle mie prime esperienze che si rivolgevano principalmente alla Cultura Popolare Siciliana, vi era un argomento che mi solleticava che era insieme un bisogno da soddisfare: Parlare della mia Terra e non parlare di mafia mi sembrava riduttivo, era come se mancasse sempre qualcosa. Solo nel 2020 ho avuto l’intuizione: Donne e mafia. Anzi, nello specifico Donne contro la mafia. E ho cominciato, anche in questo caso, una ricerca che mi é apparsa da subito molto fruttuosa e iniziai a leggere, ad informarmi, a vedere video, ascoltare interviste… proposi l’argomento alle mie colleghe che adesso sono le bravissime interpreti dello spettacolo ed è partita l’avventura.
È stato difficile parlare in teatro di donne e di mafia?
Inizialmente pensavo di sì, in realtà più cercavo, più materiale trovavo, più il dolore di queste donne mi attraversava, più ho cominciato ad immedesimarmi in loro. Ho compreso durante la ricerca che l’argomento era comune al cuore di tutte le donne, anche in quelle che non avevano vissuto necessariamente la stessa esperienza, era un fatto di sorellanza, di empatia, di solidarietà e le donne se vogliono sono bravissime in questo.
Che tipo di reazioni avverte tra gli spettatori?
Il vero successo di questa messinscena è tangibile da subito: la reazione del pubblico è visibile sin dal primo secondo. L’inizio è spiazzante: Le quattro donne in nero, portando con sé delle sacche da viandanti che contengono effetti personali, pezzi di costumi e attrezzeria, roba cioè che serve ad identificarle, entrano in scena alle spalle del pubblico, attraversano la platea come autome guardando ogni spettatore dentro gli occhi, in assoluto silenzio. È un ingresso lento, quasi inquietante, ricco di significato, vuole dire “seguiteci, siate con noi, ascoltateci…” e il pubblico dopo un attimo di smarrimento, ci asseconda. Le donne che si raccontano sono vere, realmente esistite (alcune abbastanza conosciute), i fatti sono altrettanto veri, tutti tratti dalla cronaca e sono storie molto dolorose, il pubblico piange, si commuove sinceramente, fino al finale dove dopo tanta ferocia esplode la fiducia. La poesia “A morti da mafia” di Michela Buscemi un’attivista palermitana, ormai novantenne la cui la mafia ha ucciso due fratelli, completa il lavoro teatrale con un anelito di speranza che viene accolto, da ormai cinque anni, ad ogni replica con una standing ovation lunghissima e liberatoria. Ma c’è un altro elemento che piace molto: la “potenza ” e contemporaneamente la semplicità del testo, della regia, delle azioni mimiche, dei costumi e delle scene. Tutto è comprensibile e i sotto testo sono chiarissimi. A proposito di scene: “Lo spettacolo” è tutto riposto dentro un valigione e gli unici elementi scenografici sono degli sgabelli, la sedia di Felicia Bartolotta Impastato e un lenzuolo bianco, puro, candido di bucato appeso a un filo con le mollette, simbolo dell’antimafia palermitana, voluto dalle donne del movimento dei lenzuoli bianchi, apparsi nei balconi di Palermo, dopo un semplice passaparola, nel maggio del ’93. Sul lenzuolo in scena alla fine vengono, sorprendentemente, proiettate i ritratti di tante tantissime donne sorridenti (finalmente libere) che hanno subìto e combattuto la mafia. Sono le donne contro la mafia. La ricerca di queste immagini non è stata semplice, ma era necessaria: questi volti e questi sorrisi sono emblematici e poetici. Non potevano mancare.
Lo spettacolo non viene fatto solo in teatro ma gira anche nelle scuole e nelle comunità.
Libere da spettacolo di evasione è diventato da subito un lavoro di “teatro civile” ed insieme al Teatro della Città e il suo direttore artistico Orazio Torrisi che ha sposato l’idea, lo abbiamo fatto circuitare, com’era giusto, nelle scuole, nelle comunità, nei quartieri a rischio. Ed è qui che ci siamo accorti che l’argomento funziona davvero. Nei dibattiti a fine spettacolo dove interviene Luana Ilardo con la sua storia personale, la partecipazione è massima, sentita, condivisa… non succede sempre coi giovani che hanno sempre fretta di scappare via. “Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia, svanirà come un incubo” Lo diceva Paolo Borsellino e lo affermiamo anche noi.
Il teatro cosa può realmente fare per combattere questa esecrabile realtà malavitosa?
La mafia va combattuta con ogni mezzo. Ognuno ha il dovere di farlo, nelle aule di giustizia, nelle scuole, in famiglia, negli oratori, e perché no anche in teatro che è un mezzo potentissimo per arrivare al cuore e alla pancia della gente. Uno spettacolo come questo pone gli spettatori davanti a fatti concreti, davanti a riflessioni da fare, a domande alle quali rispondere. Le donne, inoltre, hanno il potere dell’indirizzo e rivolgendoci, spesso, alle madri lo diciamo chiaramente. “Dalla mafia non si esce indenni o finisci in galera a vita o muori ammazzato. Salvate i vostri figli!” Scopo del teatro è raccontare storie e noi lo abbiamo fatto usando parole a volte dure, durissime, crudeli, ma vere. Ci siamo guardati bene dal fare sociologia o analisi del fenomeno mafioso. Non ne abbiamo la competenza. Noi sappiamo ben raccontare e questo abbiamo inteso fare, con la parola. Le parole sono importanti, a volte “sono pietre” (Carlo Levi) o per dirla ancora con un’altra importante citazione “La mafia non si combatte con la pistola ma con la Cultura” (Peppino Impastato)e il teatro oltre ad essere Impegno,Crescita e Sapere è soprattutto un’arma che arriva dritta al cuore
Dal teatro al libro. Dopo avere scritto “Il pane fritto e altre storie” (dove si parla anche di antiche ricette siciliane e di storie e tradizioni della Sicilia) la sua nuova fatica letteraria è completamente diversa, molto più impegnata e impegnativa: “Francesca Serio e le altre – Donne contro la mafia”.
Quanto è stato difficile e doloroso scrivere di donne uccise dalla mafia e anche di altre donne che in un modo o nell’altro ne sono state vittime pur non pagando con la vita?
Una cosa è certa: l’approccio a questo tema, mi ha cambiata radicalmente, dopo cinque anni di repliche in giro per Italia, dopo aver conosciuto personalmente tante protagonisti di storie di mafia nonché familiari di vittime, Attivisti di movimenti che spendono la loro vita per contrastarla, magistrati impegnati nella ricerca della Verità e della Giustizia, Referenti alla Legalità, Testimoni di Giustizia, non sono più la stessa. Per questo motivo non ritengo sia stato difficile ma naturale scrivere il libro che rispetto al copione teatrale è arricchito di fatti, luoghi, dati, avvenimenti utili ad inquadrare meglio il fenomeno e a dare maggiore risalto ai personaggi femminili, alla loro poesia e alla loro bellezza interiore. In questi anni, pur non avendo vissuto in prima persona una perdita così traumatica, mi sono sentita spesso una di loro e altrettanto naturalmente sono diventata un’attivista e la mia vita si è diretta tutta verso certi principi e valori da portare avanti. Anche il mio lavoro al carcere va in questa direzione.
Le donne di cui si narra nel suo libro sono: Francesca Serio, Serafina Battaglia, Vita Rugnetta, Felicia Bartolotta, Silvana Musanti, Rosaria Costa, Tina Martinez, Daniela Ficarra, Margherita Asta, Elena Fava, Luana Ilardo, Piera Aiello, Rita Atria, Concetta Campagna, Michela Buscemi. A quale si sente più vicina, qual è la storia che l’ha colpita di più?
In ogni donna del libro c’è una parte di me: di loro ho tratto dalla realtà la storia delle loro vite ma le emozioni e i sentimenti li ho descritti io, cercando di capire e cogliere ciò che ognuna aveva dentro dopo il lutto che l’aveva colpita. Ci ho messo il mio cuore per farlo; ma nello stesso tempo, in me, nell’anima, c’è una parte del loro dolore, della loro rabbia, della loro ribellione, della loro lotta, della loro conquistata libertà. (l’attivismo e il riscatto del nome del loro caro le ha liberate) E’ stato un continuo dare e avere, uno scambio di di sensazioni intensissime, E’ stato un viaggio emozionale nel dolore che mi ha completato e arricchito come donna e come artista. Le amo tutte, ognuna in modo diverso, alcune le conosco personalmente e devo dire sono donne straordinarie come la loro vita ma certo il legame ideale più forte è con Francesca Serio e Felicia Bartolotta, un po’ perché le interpreto nello spettacolo, un po’ perché ritengo queste due Madri, piccole, povere, analfabete, sole, addolorate, coraggiose, soprattutto coraggiose, delle vere e proprie donne appassionate e rivoluzionarie.
La presentazione del libro è una sorta di spettacolo, duro e coinvolgente: come risponde il pubblico?
L’intuito registico mi spinge sempre verso il Teatro. Le presentazioni dei miei libri sia il primo “Il pane fritto e altre storie” che l’attuale sono dei veri e propri eventi teatrali, in cui la scelta delle letture e soprattutto i video realizzati da Gianni Nicotra fanno la differenza. Essi sono dei veri e propri fatti d’arte nonché reperti storici, tratti, in questo caso, dalle teche Rai e dalle interviste di grandi e impegnati giornalisti; sono progetti di grande impatto visivo e culturale, fondamentali per la riuscita e la fruizione di una manifestazione del genere. Chi lo ha detto che la presentazione di un libro per essere interessante debba, per forza essere pallosa?…
Quanto è importante preservare la memoria di chi è caduto, di chi ha lottato e di chi continua a battersi?
Un altro importante motivo per proporre sia lo spettacolo che il libro alle nuove generazioni è “fare memoria”: Raccontare certi “eroi” è “obbligatorio” per non dimenticare, tenuto conto che gli studenti di oggi non sono abbastanza informati sulle figure che hanno combattuto la mafia e che per questo sono stati ammazzati. Noi adulti, che abbiamo vissuto sulla nostra pelle certi momenti bui e indimenticabili della storia siciliana, abbiamo il dovere di farlo. Lo spettacolo fa un excursus sulle modalità mafiose nella storia dagli anni 50’ ad oggi: Dalla lupara, alle stragi, alle banche, ai traffici internazionali, alla trattativa… Raccontare serve, bisogna crederci.
Il cammino di questo libro sembra essere ancora lungo ma dopo cosa e quale progetto prenderà forma?
Abbiamo appena cominciato: dal 28 novembre è in libreria, il 12 dicembre é stato presentato per la prima volta al pubblico e il risultato mi è sembrato davvero lusinghiero. Il libro girerà ancora e ancora raggiungendo quante più anime possibili. L’intento é questo e spero di riuscirci. Nel frattempo continuo col mio lavoro. Vorrei mettere in scena “Francesca Serio e la notte delle stelle cadenti” un testo da trasformare in copione e poi in spettacolo teatrale. Vedremo… E poi c’è la mia attività collaterale di esperta in laboratori teatrali che quest’anno mi vede impegnata al carcere di Piazza Lanza nella sezione femminile (un altro grandissimo sogno realizzato): Dal marzo di quest’anno organizzato da Coop. Prospettiva per il Progetto Koinè 2, è in corso il Laboratorio di Teatro Sinergico (dalla scrittura alla messa in scena) da me ideato e condotto. In questi mesi insieme a Marco Pisano (Educatore) e Leandro Perrotta ( operatore video maker) abbiamo realizzato un cortometraggio dal titolo #dall’albaaltramonto – Una giornata a Piazza Lanza – un testo ironico e poetico interamente scritto dalle detenute durante la prima fase di laboratorio di scrittura creativa e girato con la partecipazione delle stesse, che nonostante l’amara condizione della carcerazione, hanno dato prova delle loro abilità artistiche e di inventiva, capacità e attitudini finora sopite, tenute dentro e venute fuori grazie allo stimolo degli operatori esperti. Il motore che in questo tempo di sorellanza e comunione d’intenti, le ha spinte tutte a lavorare su questo tema in maniera seria, costante e gradevole è stato trovare dentro di loro ad ogni incontro un momento di gioia da conservare nell’animo tenendo sempre presente il motto: “Se il carcere è chiusura e detenzione, l’arte è libertà”.




