Catania

Catania, la città che non c’è

Già negli anni Cinquanta Catania avviava le prime demolizioni sistematiche delle sue ville liberty, ben documentate. Ma mentre dagli anni Sessanta altre città europee cominciavano a rallentare la distruzione del patrimonio storico, sviluppando una nuova sensibilità verso l’architettura liberty e art nouveau, Catania accelerava. Gli anni Sessanta e Settanta videro le dimore che ornavano Cibali, Borgo, Picanello cedere una dopo l’altra a palazzine anonime. La speculazione edilizia divorava giardini privati e spazi verdi, cancellando la memoria di quella stagione architettonica che aveva reso elegante la città di inizio Novecento. Oggi quelle demolizioni e l’espansione edilizia senza regole, pesano come macigni nelle statistiche ambientali. L’ISTAT registra meno di quattro metri quadrati di verde pubblico fruibile per abitante, contro i venti di Venezia o i quattordici di Torino. Il verde perduto rappresenta soltanto un tassello del declino: nell’indice della criminalità Catania conta quasi quattromila denunce ogni centomila abitanti secondo i dati del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. I furti d’auto la collocano al quinto posto nazionale, gli scippi al sesto. Dopo il tramonto, soltanto un residente su tre si sente al sicuro camminando per strada secondo l’indagine della Commissione Europea con ISTAT. Eppure la microcriminalità rappresenta il sintomo, non la malattia. Il vero declino emerge dalle classifiche sulla qualità della vita: novantaseiesimo posto su centosei province con tredici posizioni perse rispetto all’anno precedente. Legambiente nel suo rapporto “Ecosistema Urbano” va oltre, assegnando a Catania l’ultima posizione assoluta. Centosettesima su centosette. La peggiore città italiana per ambiente e servizi. L’atmosfera racconta il resto della storia: trentuno microgrammi per metro cubo di polveri sottili PM10 secondo il rapporto “Mal’Aria” di Legambiente, quando il limite europeo scenderà a venti entro il 2030. Per rispettare quella soglia occorrerà ridurre le emissioni di quasi il quaranta per cento. Non sorprende, considerando che Catania detiene il primato nazionale di motorizzazione: settantotto auto ogni cento residenti secondo l’Isfort. Duecentotrentamila veicoli in una metropoli di trecentomila anime. Il “TomTom Traffic Index” certifica le conseguenze: quinta città italiana per congestione, ottanta ore annue disperse in coda da ogni automobilista. Venticinque minuti per percorrere dieci chilometri nel centro storico. L’Istituto Superiore di Sanità quantifica in cinquantamila le morti premature causate ogni anno in Italia dall’inquinamento atmosferico. A Catania i bambini sostengono il tributo più pesante: centocinquesima posizione su centosette per qualità della vita infantile. La maggior parte del verde catanese, secondo i dati ISPRA analizzati da “Con i Bambini”, consiste in aree incolte: quaranta metri quadrati per minore, il primato nazionale. Erbacce e degrado al posto di parchi e giardini. Quello che la speculazione edilizia non ha cementificato, l’incuria ha abbandonato. Le infrastrutture ciclabili confermano l’incapacità di immaginare alternative all’automobile. La ciclopedonale inaugurata con enfasi retorica si allaga alle prime piogge, costringe i ciclisti a zigzag pericolosi tra le carreggiate, esibisce resina colorata applicata su asfalto danneggiato. Con simili dotazioni risulta inevitabile che l’auto resti il mezzo dominante, alimentando quel circolo vizioso di traffico, inquinamento e congestione che soffoca la città. Il litorale non offre consolazione. Quattro chilometri di costa interdetti alla balneazione secondo il decreto della Regione Siciliana. “Goletta Verde” di Legambiente ha campionato venti punti a luglio 2024: sette superavano i parametri per Escherichia coli ed enterococchi. Il lungomare di Aci Trezza permane inquinato da anni, Legambiente ha presentato esposto alla Procura. Batteri fecali dove dovrebbe esserci turismo balneare. Incombe poi il rischio sismico. Zona sismica 2 secondo la classificazione della Regione Siciliana, con simulazioni dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che prevedono, per un terremoto analogo al catastrofico 1693, centosessantamila tra morti e feriti. La Piana custodisce terreni sabbiosi suscettibili di liquefazione durante le scosse. Eppure soltanto il trenta per cento degli incentivi edilizi riguarda il consolidamento antisismico secondo l’Università di Catania. Il settanta si destina all’efficienza energetica. Il costo della vita permane contenuto: i canoni di locazione si attestano intorno ai nove euro al metro quadrato mensili contro i ventitré di Milano. Ma si paga poco perché si riceve poco. Trasporti pubblici lacunosi secondo l’indagine europea “Quality of Life in European Cities”, servizi inefficienti, verde inesistente, atmosfera tossica. Un bambino che cresce a Catania respira quotidianamente sostanze nocive con possibili lesioni polmonari permanenti. Frequenta spazi verdi degradati quando li trova. Raggiunge la scuola in automobile contribuendo al traffico che avvelena l’aria. Abita probabilmente in una dimora priva di rinforzi antisismici. D’estate evita tratti di litorale contaminati. Da adulto dissiperà ottanta ore l’anno nelle code, accumulando stress cardiovascolare. Le soluzioni esisterebbero: decongestionare il traffico, bonificare il mare, consolidare il patrimonio edilizio contro i terremoti, realizzare piste ciclabili vere invece di strisce colorate che si sciolgono alla pioggia, piantare alberi al posto delle erbacce. Ma a Roma hanno altre priorità. Quattordici miliardi per il Ponte sullo Stretto, mentre Catania annega nei suoi veleni e attende il terremoto che prima o poi arriverà. Meglio investire in cattedrali nel deserto che in città vivibili. D’altronde chi vota lo sa: promesse monumentali battono soluzioni concrete dieci a zero. Finché i siciliani non capiranno che il ponte non li porterà da nessuna parte se dall’altra parte c’è solo un’altra Catania, continueranno a respirare polveri sottili guardando rendering di opere faraoniche. Gli strumenti di misurazione ci sono tutti. Manca soltanto la volontà di usarli. O forse no: manca proprio la voglia di vivere meglio, sostituita dall’illusione che basti attraversare lo Stretto per trovare il paradiso. Che infatti sta dall’altra parte. Sempre dall’altra parte.

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