Catania fra le 10 per il prestigioso titolo di Capitale della Cultura 2028

Erano ventitré le città in lizza per il prestigioso titolo di Capitale italiana della Cultura 2028. I progetti, presentati al Ministero della cultura, raccontano il proprio territorio nel Bel Paese, ognuno diverso nella storia e nella cultura.
Oggi Catania è tra le 10 città finaliste con il progetto “Catania continua”, è tra le finaliste, che nei giorni di giovedì 26 e venerdì 27 febbraio prossimi, saranno convocate presso la Sala Spadolini della sede del Ministero della cultura. Ogni candidata avrà così la possibilità di esporre minuziosamente il proprio il progetto. Quello di Catania si snoda su tre visioni o punti di vista della città, che si intrecciano tra passato, presente e futuro : Guardarsi dentro, Guardare in alto, Guardare lontano, con relativi obiettivi, individuati a partire dai bisogni del territorio in accordo con le linee nazionali e internazionali. Lo scopo è generare conoscenza e spirito critico positivo, una cultura atta a convergere energie per fare, utilizzare le grandi potenzialità per metterle in atto, ridurre divari sociali, disuguaglianze territoriali tra centro e periferie, alimentare il turismo, il commercio, combattere la dispersione scolastica con progetti accattivanti, rendere fruibili gli spazi pubblici con adeguate strategie, creare reti di collaborazioni tra tutti, riscoprire trame che hanno costituito un patrimonio culturale che non si può dimenticare, sostenere la promozione di una città ordinata e ben organizzata.
In alto verso l’Etna, protagonista di forze opposte, di fertilità e distruzione, a Muntagna rimasta sempre un’entità divina, considerata Madre perché le sue terre fertilissime nel corso dei secoli hanno dato sostentamento e ricchezza ai suoi figli, Matrigna perché in vari momenti della storia ha distrutto; grandezza e impotenza nella danza degli elementi che hanno reso unico il paesaggio, l’ambiente e le sue tante risorse.
Lontano, verso l’orizzonte, oltre il mare, al centro del mar Mediterraneo, intreccio di miti e storia, che appartengono alla storia di chi l’ha conquistata e nel contempo ha rilasciato pensieri sempre nuovi che l’hanno arricchita di una cultura intrinseca.
Dentro sé stessa, per riconoscersi e rinascere, “Melior de cinere surgo”, sono le parole di una celebre iscrizione che si trova a Catania sulla Porta Ferdinandea, questa frase sintetizza la storia di un popolo che dimostra che si può sempre risorgere, se si ha la volontà, la fermezza dei propositi e la capacità di adattamento. Instancabile, il popolo catanese cerca di ricostruire la propria città, ed è così come l’araba fenice, risorge[1]. Gli elementi che la caratterizzarono e la caratterizzano sono: mura, porte, strade, i palazzi nobiliari, le case terranee e le botteghe, i quartieri del centro storico e le periferie, gli spazi di aggregazione, le piazze, intese come “Agorà” greca, ossia “piani” di ritrovo per socializzare della città, le rispettive parrocchie, le chiese, le istituzioni pubbliche e private e soprattutto il mare.
“Catania ricostruita dopo il terremoto sembrava più brillante e più bella con le sue strade perfettamente dritte e le sue piazze ampie e regolari” scrisse de Borch nelle sue Lettres sur la Sicile et sur l’ile de Malthe, ècrites en 1777 [2] ”.
Così di lei si scrisse e vorremo riscriverlo sempre e ogni volta, questa occasione potrebbe essere la svolta giusta per riprendere la posizione di prestigio che merita assolutamente. L’identità deriva dalla memoria che è conservare, difendere e trasmettere un messaggio e sarà compito di chi resta averne cura… avere la consapevolezza di appartenere a una comunità con una mentalità condivisa e flessibile all’occorrenza quindi al cambiamento, nel rispetto dei diritti e dei doveri andando oltre le esigenze private e lavorare per il bene di tutti, per la comunità e per lo spazio condiviso.
[1] Cfr. L. Dufour, H. Raymond, G. Leone, Catania 1693 Rinascita di una città, Domenico Sanfilippo Editore, Catania, 2005, pp. 3-89.
[2] S. M. Calogero, La città di Catania, Editoriale Agorà, Feltre, 2020, p.18.



