Bisogna “tornare alla politica”, quella vera

“Torniamo allo Statuto”, tuonò in forma anonima il politico conservatore italiano Sidney Sonnino, non firmando un suo articolo pubblicato l’1 gennaio 1897 sulla rivista “La nuova Antologia”, che denunziava la debolezza del sistema parlamentare italiano «inetto nei suoi esponenti, inquinato da interessi particolari e clientelari e dunque incapace di guidare lo stato». Scriveva ancora Sonnino: «Senza dubbio alcuno, il parlamentarismo, quale si esplica in Italia, è ammalato; e conviene studiarne le condizioni ed approntare i rimedi, se non vogliamo vedercelo intisichire nelle mani, minato dall’indifferenza o dal disprezzo della nazione. […]. Ogni giorno si fa più viva in tutti la coscienza della fondamentale verità, che la semplice riunione, il cumulo degli interessi particolari, sia pure rappresentati da tanti singoli aggruppamenti a base territoriale, non ci dà l’espressione sincera dell’interesse generale della nazione, né ci fornisce gli elementi sufficienti per tutelarlo e garantirlo. […]».
Non è attualissimo? Centoventi anni e più sono passati ma le cose, facendo le debite proporzioni non sembrano essere cambiate, anzi forse peggiorate. In fondo, in quegli anni ormai lontanissimi (fino al secolo scorso si incontravano ancora persone nate in quei giorni, adesso ovviamente non più) anche se c’era una forte crisi del neonato sistema politico italiano, da lì a poco si sarebbe affermata una nuova classe politica di grande livello che avrebbe ben poco fatto rimpiangere quella postrisorgimentale. Giovanni Giolitti l’esempio più eclatante ma certamente non l’unico esponente di valore. Da lì ad un quarto di secolo si imporrà il fascismo ma quei politici furono la base dell’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, della Resistenza ed infine della rinascita dell’Italia nel secondo dopoguerra.
L’atteggiamento dell’attuale classe politica, in generale, ma anche i tentativi di fare rivivere bizantinismi e giochi di palazzo, la difficoltà a superare la vecchia politica degli affari e delle clientele in Sicilia, sono l’aspetto peggiore di questi tempi. Bisogna “tornare alla politica”, che per troppo tempo è stata dimenticata per fare posto agli interessi di parte, ai rancori personali, alle azioni giudiziarie, a tutto ciò che non è logica di buon governo.
Troppi brutti esempi hanno sconvolto l’Italia e, ancora di più la Sicilia, Il 28 gennaio 1919 a Monaco di Baviera, un certo Max Weber (ma chi si ricorda più di lui in questa Italia del grande fratello?) teneva una conferenza su “La politica come professione” e, tra l’altro, diceva: «Chi vive “per” la politica, fa di questa, in senso interiore, la propria vita»; e al contrario «“di” politica come professione vive chi tende a farne una duratura fonte di guadagno». Sembra chiaro a tutti che la maggior parte dei “nostri” (si fa per dire) abbiano fatto della politica una professione. Certi “politici”, non avendo neppure letto “L’assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey, si sono limitati ad azioni di piccolo cabotaggio come avere una o più belle amanti, posto riservato e sicuro in aereo, inviti a feste e goliardie varie, accesso a loft lussuosi o ricchi palazzi storici. Se poi abbiano potuto aiutare qualche parente, amico o fidanzata, meglio. E il popolo? La gente che dovrebbe essere il soggetto destinatario di tutto ciò? A costoro non interessa proprio. Con buona pace dello stato sociale inventato dal cancelliere del Reich, il principe Ottone di Bismarck, delle Società di Mutuo Soccorso, delle sezioni di quartiere, delle casse Rurali e di tutto quanto i partiti (tanto bistrattati) della Prima Repubblica avevano messo in piedi. Questa gente, quella di oggi, forse crede di essere eterna o perlomeno di avere lunga, lunghissima vita politica?
Nella foto: 27 dicembre 1947 – Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma la Costituzione della Repubblica Italiana alla presenza del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e del Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini.



