Marzo 16, 2026 09:28

Graziella La Rosa

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Antonio Santacroce, 80 anni di arte e di emozioni

“L’uomo segue quella strada dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità.”
Sant’Agostino aveva ben compreso che la sorgente e l’approdo della nostra vita è la passione che mettiamo nella risposta ad una chiamata che ci rapisce il cuore.
Il talento infatti non è altro che una primavera da far fiorire con magnifica esuberanza verso un’estate odorosa di frutti con la complicità del tempo; il più grande dono che ci viene dato con la vita e che con essa evapora accompagnato dai domani che le fanno seguito a ruota senza ruota di scorta, aggrappandosi al forse della speranza che sbircia nel futuro come una mamma che porta a termine la maternità.
Nessuna azienda sulla terra riesce a produrre il tempo ma gli artefici della bellezza declinata nelle sue molteplici forme riescono a immortalarlo con notevole e imperituro successo.
ll maestro Antonio Santacroce classe 1945, che il 18 dicembre festeggia ottanta preziosi anni di vita, ne è un fulgido esempio.
Pur essendo risaputo che le perle non galleggiano in superficie ma vanno ricercate, rischiando, in profondità; non è necessario immergersi nella Catania sotterranea per imbattersi in questo sommamente umile artigiano di bellezza che toglie il respiro, in un abbraccio tra cielo e terra che ripristina un’armonia perduta e riallinea l’infinito navigando nel diluvio e affondando radici nel deserto.
Nella città dell’elefante si aggira quasi in incognito, a dispetto del fatto che egli sia celebrato in Italia e in Europa e abbia destato l’unanime ammirazione del colto e dell’inclita su e giù per la penisola e nel continente europeo, ridestando dal torpore con la sua ineguagliabile maestria e la sua, a dir poco sublime, capacità evocativa che ridisegna nuove mappe vibranti di emozioni liberandole dalla polverosa dimenticanza che le tiene in ostaggio e dal fitto grigiore cagionato dal depauperato e a volte furtivo silenzio che le schiavizza, suscitando l’interesse critico di esegeti all’altezza di Vincenzo Consolo.
È doveroso a questo punto fornire degli spunti “mitobiografici” vista la sua tenace volontà ad un destino,determinata da una suggestione originaria.
Ultimo dei cinque figli di Giovanni e Antonietta Moncada, nato a Rosolini (SR) il 18 Dicembre del 1945, è stato iscritto all’anagrafe il 1° Gennaio 1946.
La sua iniziazione è avvenuta per mezzo dei disegni con i quali il padre illustrava i propri scritti di satira politica in difesa dei diritti dei contadini e per mezzo dei bozzetti tratti dalle storie dei Paladini di Francia che dipingeva.
Nel 1958 il padre muore e con lui muore l’infanzia felice di Santacroce, che manifesta due desideri: riavere il genitore e iscriversi ad una scuola d’arte.
Nel 1959 si trasferisce a Catania e si iscrive all’Istituto statale d’Arte; inoltre la sera frequenta una Scuola di artigianato artistico dove conosce le tecniche del mosaico e delle vetrate.
Così ha inizio la sua vita errabonda e dai numerosi mestieri (pittore, incisore,scultore, ceramista, disegnatore di scenografie teatrali e docente al Liceo Artistico di Catania e di Zurigo…) che rassomiglia a uno di quei suoi dipinti in cui un personaggio si ritrova ad agire dinanzi a un affresco classico sotto il quale se ne intravede un altro e poi un altro e un altro ancora.
Non si può non raccontare che la sua primigenia “iniziazione” all’arte è avvenuta attraverso un “sogno archeologico” fatto ad occhi aperti all’età di sei anni mentre festeggiava con il padre la redistribuzione delle terre del netino ai contadini poveri.
Fu proprio in quel mattino di sole del 1952 che il piccolo Antonio trovò nella fenditura di un vecchio carrubo le sue basilari ” pietre magiche”perdute quello stesso giorno.
Consolo narra con pregnante poesia che Antonio “eludendo lo sguardo del padre e di ogni altro corse, come al richiamo di un flauto, di una melodia lontana, ai piedi del carrubo che nella ferita del suo tronco, schermato dalle erbe, scoprì il tesoro, le terrecotte, i vetri, gli smalti celesti e oro di cicala: da questo scavo, da questo ipogeo d’incanto, da quest’eco profonda e sibillina partì la prima nota, la modulazione futura di ogni canto, si dispiegò il futuro sulla saldatura di un passato, su forme ignote , colori abrasi, tenui, ossidati.”
Fortemente suggestionato da quei microcosmi cromatici giunti da età mitiche fino alla sua età dell’oro, il Santacroce adulto ha fatto di quelle suggestioni volontà artistica e destino del suo operare e del suo “transitare con disinvoltura
fra pittura, incisione, arte ceramica e scultura.
La genesi delle sue creazioni ha dunque scaturigine da un flusso emotivo zampillante sotteso tra sogno e ragione, che gli consente di leggere lo spazio con cura, cercando indizi, provocazioni, ricordi e premonizioni che sollecitano sguardi interiori e spronano ad approcci nuovi, non scontati, ad un “superfluo” necessario alla qualità della vita.
Le sue opere infatti coniugano con innata, raffinata e danzante eleganza la modernità con l’estetica classica, con il mito di un antico passato che fa riemergere con soave grazia e formidabile potenza espressiva pervadendo il fruitore e traghettandolo da un passato remoto ad un futuro ignoto.
L’arte di Antonio Santacroce fa pattinare i sogni sul ghiaccio della vita; la seduce con la vicinanza che sfiora l’eternità, pacificando e creando poeticamente armonia nell’intimo.
Il maestro con il suo genio riesce a innervare il cielo dentro gli orizzonti umani adottando una liturgia nuova, foriera di un valore quasi mistagogico che rinfiamma i cuori spenti con lo stupore dei bambini e degli innamorati che apre varchi nell’inatteso.
Per Antonio Santacroce l’arte è un desiderio, un’estasi; mai richiesta o strategia.
Senza di essa si può esistere ma non vivere, perché lava dalla nostra anima i pesanti detriti del quotidiano.
Persino il Vate era solito chiosare che “chi non la ama non merita di respirare.”
Se l’eternità è la prosecuzione di ciò che abbiamo scelto di essere in questa vita è certo che in essa il maestro non cesserà di dare colore e forma con la lungimirante spavalderia di chi insegue a testa alta i propri sogni.

Antonio Santacroce al lavoro a Romainmotier (Svizzera francese). Fotografie di Jessica Hauf.

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