Ottobre 14, 2026 21:12

Francesca M. Lo Faro

Writer & Blogger

Al Cortile Platamone lo spettacolo “Passione Flamenco – Il rito della luce”

Centinaia di candele nel cortile Mariella Lo Giudice di Palazzo Platamone. L’atmosfera è mistica, quasi sacra. Passione Flamenco si presenta così: lontano dagli stereotipi del flamenco di esportazione e dal folklore da cartolina, per recuperare una dimensione più profonda.
Le candele creano atmosfera e ricordano che siamo nei giorni dell’equinozio d’autunno, il 23 settembre. Nell’emisfero settentrionale le ore di buio cominciano progressivamente a prevalere su quelle di luce. Il fuoco diventa allora una presenza simbolica: una luce che resiste all’oscurità nascente. E il flamenco sembra trovare proprio nella penombra, nella tensione e nel raccoglimento una parte della propria forza.
Gli abiti scuri dei musicisti e dei danzatori accentuano questa dimensione notturna. Ma la luce, infine, irrompe sulla scena: una ballerina appare in bianco, con uno scialle a frange dello stesso colore e una lunga gonna con strascico. Un’immagine quasi abbagliante, che non le impedisce di affrontare uno zapateado potente e velocissimo. La delicatezza dell’abito e la forza del corpo convivono nella stessa figura.
Tutti i danzatori mostrano tecnica, ma non è l’esibizione della tecnica a imporsi. È il corpo, con la sua capacità di trattenere e poi liberare la tensione. Arancha Hoyos, Carla Martinez, Alejandro Molinero e Alberto Ortiz hanno toccato la complessità più profonda del flamenco.
La direzione artistica è di Isabel Ponce, danzatrice già applaudita nell’ambito del Festival Lirico dei Teatri di Pietra, che ha prodotto lo spettacolo catanese.
Il protagonista vocale della serata è Emilio Silva. Ed è giusto che sia così: nel flamenco il canto viene prima. Seguono la chitarra di Jorge Castellanos e le percussioni di Adam Endouri Fernandez.
La voce è l’asse portante. Nel canto si avverte una cultura nella quale confluiscono la tradizione arabo-andalusa e altre stratificazioni musicali del Mediterraneo. È un mondo complesso, che richiede un retroterra culturale per essere compreso fino in fondo. E allora vengono spontanee alcune domande: che cosa raccontano quelle percussioni? Che cosa imitano il battito delle mani e quello dei piedi? Da dove nasce quel suono?
Poi arrivano i piedi.
Il rumore secco del legno sotto le scarpe. La schiena, il busto rigido e dritto. È come se quel corpo contenesse una tensione interiore, emotiva, accumulata, destinata a esplodere nello scatto nervoso dello zapateado. Il corpo trattiene e poi libera.
Mi colpisce anche il modo in cui uomini e donne condividono sostanzialmente le stesse movenze. Forza e sinuosità non appartengono a un genere: tutti affrontano gli assoli di zapateado, tutti sottopongono il corpo alla stessa tensione. Nessuno stereotipo di machismo, nessuna seduzione da cartolina. La signora non tiene la rosa tra i denti.
Il flamenco visto a Catania è di natura spirituale. Grazie alla direzione artistica di Isabel Ponce, assistiamo a un rito solenne, senza fronzoli, che non concede molto all’intrattenimento leggero. È severo, profondo, concentrato sull’essenziale.
E qui mi viene in mente il pittore barocco Francisco de Zurbarán. Non perché l’artista abbia mai potuto ascoltare una nota di flamenco, naturalmente, ma per quella stessa severità della luce, per il misticismo e la concentrazione quasi religiosa delle figure.
Alla fine arriva La Sevillana: i ritmi del flamenco diventano rapidi, dinamici, festosi, solari. Dopo l’ombra, la luce torna a occupare la scena. E poi il silenzio, prima degli applausi.
Forse è proprio questa la forza del flamenco visto a Catania: non il folklore né l’intrattenimento leggero, ma la capacità di trasformare la tensione del corpo in espressione.

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